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“E’ verde. Che ne pensi di partire?”

“Un attimo, hai fretta per caso?”

“Il fatto che tu sia un ritardatario non giustifica anche me. E poi non mi piace arrivare in ritardo.”

“In questa città, in questo paese, il ritardo è serietà. Vuol dire che avevi altro da fare. Che non sei così disperato da correre all’appuntamento. E’ metodico, quasi scientifico. Una delle poche cose su cui puoi contare in questo mondo senza più capisaldi. Ma comunque cos’è che andiamo a fare?”

“E’ la terza volta che te lo dico: cerca di ascoltare stavolta, che è l’ultima. La Cooperativa ci manda a portare i suoi saluti a Virgilio. Continua ancora a rimandare. E loro sono MOLTO legati a quell’arido buco di merda in cui vive. Poi dobbiamo fare il solito giro, passare prima da Enrico, prendere l’equipaggiamento, riscuotere da Carlo e poi sistemiamo la questione con il Capo”

“Povero Virgilio. E’ simpatico. Lunedì scorso sono andato al matrimonio della figlia.”

“Sei stato tu?”

“Quando un lavoro è fatto bene, sono stato io di sicuro”

“Ti sembra un lavoro fatto bene? E’ uscito su tutti i giornali, vaccatroia. Un lavoro fatto bene non deve sembrare neanche un lavoro. Come quello che ho fatto a casa di Sergio due settimane fa”

“Da Sergio? Ma non si è ammazzato?”

“Appunto”

“Beh, io ho i miei metodi. Sarò all’antica, ma se vuoi un lavoro fatto bene, devi anche divertirti. Perché altrimenti inizia la routine e non ne esci più.”

“Hai esagerato. E soprattutto hai avuto fortuna.”

“Se lo dici tu. Comunque, come sta la tua donna? Com’è che si chiama?”

“Serena dici? Ci siamo lasciati da un po’. Lei non voleva stare con uno come me. Neanche io ci vorrei stare. Ho gli incubi la notte, sai? Non ci riesco più… senza pensare a tutto quello che comporta. La famiglia, i sogni, i pianti, tutta quella povertà, la preoccupazione di non riuscire. E’ un periodaccio”

“E’ perché ti dico di divertirti nel lavoro? E’ importante, ti si fottono le meningi a pensarci su! Ti piace quello che fai? Allora puoi andare avanti, altrimenti lascia perdere. E fattela una scopata, se vuoi ti dico il posto, ti tratteranno da dio”

“Come fai a pensare alla figa prima del lavoro? Io non ce la faccio. Non riesco a pensare ad altro che al senso di colpa per quello che sto per fare e quel che ho fatto”

“Prima del lavoro? Prima, durante, dopo, mentre mangio, anche ora. La figa è il prima pensiero quando mi sveglio e l’ultimo prima di svegliarmi. E poi smettila di lamentarti. Ci sono lavori peggiore del Recupero Crediti”.

Sento chiamare il mio nome, ma è un’eco lontana, lontanissima, e ci metto un po’ a capire che non me lo sto immaginando. – Ti vogliono al telefono! – mi urla qualcuno dall’altra stanza, con tono impaziente, come se avesse qualcosa di urgente da fare. Forse ce l’avrebbe anche, ma è poco ma sicuro che la sua maleducazione non deriva dall’eccesso di zelo. – Sono Marcus. Senti, non potremmo vederci stasera? Ho bisogno di parlarti. – Non riesco a ricordare se anche l’altra volta mi avesse dato del tu. No, credo di no. Questa inaspettata confidenza mi fa sentire, improvvisamente, di nuovo parte del genere umano. Una persona vera, trattata come una persona vera, non come un cliente, un collega, un tutore della legge. Chissà perché.
Ci vediamo a casa mia perché non mi viene in mente nessun posto in cui vorrei andare. Ci metto quattro ore a mettere a posto il salotto e la cucina, e solo perché butto alla rinfusa in camera tutto quello di cui non so cosa fare. Tanto la serata non avrà un epilogo romantico. La casa ha quasi un aspetto decente quando finisco, con le mie belle rose a farsi ammirare sul davanzale. All’improvviso realizzo che potrebbe anche averle mandate lui, e non capisco perché non ci avessi pensato prima. Ad ogni modo, metterle in mostra significa apprezzarle, quindi non vedo perché la loro presenza dovrebbe disturbarlo.
Mi sono messa un vestito. Un vestito elegante per stare a casa mia. Mi sento ridicola ma non posso farci niente, un appuntamento è un appuntamento, anche se con un tizio che probabilmente non sa nemmeno che sono una donna, con cui parlerò di gente morta e a cui cucinerò l’unica cosa che so fare, pollo al curry.
Gli cucino il pollo al curry, parliamo di gente morta, e poi lui mi bacia. Mi bacia sul serio, ma poi mi guarda come se non ci credesse neanche lui, mi guarda e sorride come se avesse appena vinto una scommessa. Mi guarda dall’azzurro crudele dei suoi occhi e io non capisco cosa voglia da me. Ma i suoi baci hanno il sapore profumato dei baci che non avevi ancora dato, e io sono felice, e di nuovo non penso più alle rose.

Il ronzio delle luci è come una ninna nanna per i miei occhi arrossati. Le mie tre ore di sonno per notte cominciano a pesare. Mi formicolano le braccia per il caldo e la macchina per il ghiaccio che c’è fuori dalla finestra della mia stanza è come un totem luminoso.
La giornata appena passata è stata infruttuosa come quelle precedenti. Accenni. Piccole tracce che non mi portano a nulla, la solita insoddisfazione ed il rancore che monta.
Credevo che sarebbe stato facile. Non pensavo che ci avrei messo molto. Sulle ali della rabbia, il mio desiderio di vendetta aveva sorvolato il tragitto e aveva trovato la preda come un rapace solitario. Fredda, implacabile, la mia ripida discesa sulla sventurata carogna che mi aveva privato dei miei affetti. Un coltello che come un aereo taglia il vento, l’aria e poi la carne.
Ma finora, dopo tutto questo tempo, ho solo supposizioni, frammenti di un puzzle fatto di carne, ossa, sangue ed emozioni che non riesco a collocare al proprio posto.

E’ alto nella media. Razza caucasica. Benestante, deve essere un libero professionista. Si muove spesso da una città all’altra. Ha un gusto sadico per la morte. Questo è grossomodo il suo identikit. (Mi deve la sua vita, mi deve la mia vita)

Stanotte mi tremano le mani. Il troppo caffè. Accendo una sigaretta senza neanche spegnere la precedente. Le mosche e le zanzare non riescono neanche a spostarsi con questa fumosa foschia. Quando penso a loro, la vista mi si appanna. Le dita mi si stringono tanto nei palmi che le unghie diventano parte di essi. Non piango. Ormai le loro facce sono solo un pallido ricordo.

La mia vita anestetizzata dal caldo, dal fumo, dalle ore di peregrinaggio infruttuoso mi hanno portato di fronte alla sua porta. Non so perché sono qui, ma l’ho seguita stanotte. E’ nella sua stanza al quarto piano. La guardo per un po’, poi vado via. Al solito bar.

Sullo Smokey Bridge News trovo le notizie che cerco. E’ tornato in azione. Ha cambiato metodo ovviamente, ma è lui. Ne ha cambiati molti finora. Ma la sua firma, quella rimane inalterata. Guarda le sue vittime togliersi la vita. (Mi guardava. Ci guardava. Ti troverò)

Torno a casa, come se avessi qualcosa da fare. Camminare è una attività liberatoria, dicono. Non credo serva a un cazzo. Cammino lentamente, fumando l’ennesima sigaretta. Dodici passi, dieci boccate, sguardo a terra e si continua. Dodici passi, una marcia senza fine. Le mie suole sono lisce come il ghiaccio.

Nel cielo si addensano nuvole nere come il mio umore. Spero che piova prima che arrivi al motel. Spero che piova per non piangere da solo. Ancora dodici passi, ancora qualche boccata prima di buttare la sigaretta finita e prenderne una nuova. E il cielo comincia a battere i tamburi, stanco forse di guardarmi deambulare. E’ arrabbiato, come lo sono io, e le sue urla rimbalzano su tetti e palazzi, mentre le mie passano da un neurone all’altro. Una pioggia calda porta altro calore in una giornata che non vuole finire.

Le mie mani tremano, i miei vestiti zuppi formano piccoli rivoli sul balcone formato dal corridoio del motel. Il tempo si ferma. Il buio e la luce cambiano la dimensione e lo spazio. I miei occhi fissi, guardano. Le mie tempie sono eco dei fulmini e dei tuoni. E sulla porta un biglietto.

Trovami, c’è scritto.

Soffia un vento caldo sulla città, caldo e arrabbiato. Nei giardini, i bicchieri pieni di ghiaccio che alleviano l’afa di questo strascico d’estate si rovesciano, le tovaglie dei picnic vanno in cerca di nuovi proprietari. Io guardo tutto dalla finestra quando sono a casa, e lo immagino quando sono al lavoro. Il vento che porta via tutto non sta portando me da nessuna parte. Leggo e rileggo sempre le stesse carte, aspettando una rivelazione che non arriva. Non si aggiunge niente al quadro, e quel poco che c’è perde sempre più di significato. La trama è inconsistente, il filo che collega il presente al passato mi sembra annodato ad arte. Scoprire il movente è il primo e più importante passo per trovare il colpevole, infallibilmente. E io il movente non lo vedo, a meno che superbia, sadismo, o anche solo crudele curiosità non siano moventi plausibili. Tutto suggerisce di lasciar perdere, ma io mi rispondo che non posso lasciar perdere, perché non ho altro che questo a cui aggrapparmi nella mia solitudine e nella mia inutilità. Ma non posso nemmeno dire che sia la verità, perché in realtà non lo so se c’è qualcosa da fare, là fuori da questo posto in cui mi sono rinchiusa, o rifugiata. Al lavoro succedono cose spiacevoli, continue battute su come le donne se li siano voluti, i continui stupri di questi giorni, a forza di andare in giro vestite come delle troie. Non mi interessa nemmeno rispondere a questo, non esiste niente che valga la pena considerare che non sia contenuto nella mia testa, e anche lì di utile c’è ben poco.
Preferisco fare i turni di notte, se posso. Dormire mentre gli altri vivono, stare sveglia insieme a tutti quelli che hanno la coscienza sporca o che ancora si fanno delle domande mi solleva dal peso della realtà. Forse non è la cosa migliore per me, ma è quello di cui ho bisogno. Una mattina, quando torno a casa, trovo un mazzo di rose davanti alla porta. Nei primi raggi di sole, ancora umide della notte appena trascorsa, sembrano uscite da una fiaba, belle e pericolose come un sortilegio. Non c’è nessun biglietto, ma la cosa strana è che sono tredici. Una svista o un messaggio? Sono troppo stanca per chiedermelo davvero, ma alle due, quando mi sveglio e accendo la televisione, non ho più tempo per il mistero delle rose. Lui ha ucciso ancora. Qualcuno è morto, ancora, e io avrò un altro indizio.

Calma piatta. Il solo rumore che sento è il cigolio del ventilatore. C’è poco da fare anche per lui però. Questo caldo è una piaga che neanche in paradiso potrebbero evitare.
E dire che satanassi per strada non ne vedo: mancherebbero solo loro per capire che finalmente la fine del mondo è arrivata, ed il budello infernale ha liberato il proprio sfintere proprio qui a Smokey Bridge.
Penso che tornerò di nuovo da Wendy, così per fare qualcosa. La sua vista mi allieterebbe un po’, credo.
Ma intanto vegeto.
Poi decido che è ora di muoversi. Passo un’ora sotto la doccia. E’ l’unico sollievo in questi giorni.
E l’acqua che mi scorre addosso è un piacevole momento di calma, un abbraccio che da tanto non ricevo. -Mi mancate.-
E’ strano, non è vero? Siamo sempre alla ricerca di qualcosa, in un moto unico che ci porta dalla culla alla bara, così impegnati a pensare a noi stessi, che ci dimentichiamo anche di guardare dove camminiamo.
E’ il senso delle cose che ci manca o siamo solo così ciechi da non riconoscerlo?
Da quel giorno io ho dimenticato me stesso. Ho dimenticato quello che volevo disperatamente, quello che sognavo e quello che dovevo fare. E Lui è diventato il tarlo che ulcera la mia esistenza.
Troppo caldo per pensare mi dico. -Lascia perdere.– Troppo caldo per odiare. –Non è il momento.- Troppo caldo per farla finita.-Non puoi.-
No. Non posso. Non dopo quello che mi ha fatto. Sarebbe una via di uscita dolce, e non me la posso permettere.
Il nulla che ci aspetta, il paradiso, l’inferno, il nirvana, chiamatelo come cazzo vi pare. Io non ne ho bisogno.
Ho visto il suo collo nelle mie mani nei miei sogni. Ho visto la dolce agonia che gli infliggerò.
Ho in mente di rompergli ogni osso del corpo, spezzare ogni nervo, distruggere ogni cartillagine.
Voglio tagliarlo. Voglio vederlo sanguinare. Voglio sertirlo urlare.

Non sarà piacevole, nè tantomeno veloce. La sua agonia mi riempirà e prenderà il posto di tutto quello che ho perso.
Quando gli avrò strappato via la pelle, quando avrò smembrato poco a poco ogni suo muscolo, la sua gola non avrà più fiato per implorare pietà. Voglio che la sua voce riecheggi nella mia testa fino al mio ultimo respiro. Voglio che i suoi occhi mi guardino fino alla sua straziante fine.

Voglio che ogni suo incubo sia il mio più bel sogno.

Solo allora saremo pari.

Non succede nulla da un mese. Un mese di calma piatta, solo le solite rapine, le solite risse, le solite mogli gonfiate di botte. Del serial killer nessuna notizia, non fanno nemmeno più finta di indagare. La domenica mattina, a parte il centralinista in ufficio ci sono solo io, tutti gli altri ne approfittano per andare al mare, e tornano il giorno dopo grossi e rosei come hot dog anabolizzati. Questa domenica, però, succede qualcosa di diverso. Chissà da quanto è lì quel tizio: con il ronzio continuo della radio e l’andirivieni del centralinista, che ogni due minuti scende a prendersi una granita, non l’avevo nemmeno sentito entrare. Se aspetta che qualcuno vada a chiedergli cosa vuole, mi sa che non ha ben chiara la situazione. A meno che non arrivi urlando e sanguinando come un vitello, possibilmente con un’arma carica in mano, al commissariato di Smokey Bridge puoi fare anticamera per decenni. Quando mi avvicino per chiedergli dove pensa di aver perso il suo portafoglio/il suo cane/sua figlia/sua nonna, anche se ha più l’aria di essersi smarrito lui, mi dice che sta cercando il responsabile delle indagini sul killer del cianuro. Nella mia testa scoppio a ridere, il responsabile di che? La persona che ha affrontato con più responsabilità quella pseudo indagine sono io, quindi tutto sommato è giusto che questa cosa me la sbrighi io, mi dico per giustificare il fatto che non gli sto dicendo di tornare domani, quando ci sarà il capo, e di parlare con lei.
– Mi chiedevo come mai non mi aveste ancora contattato, ecco… – mi dice, fissando un punto aldilà del mio corpo con i suoi azzurri occhi acquosi. – Mi scusi, ma mi sfugge il motivo per cui avremmo dovuto contattarla. – E’ vero che, tra il caldo e le notti insonni, non sono troppo lucida, ma davvero questo ragionamento non lo sto seguendo. – Beh ma… Non avete collegato il mio caso a quelli dei mesi scorsi? – Ecco, ora mi sento veramente stupida. – E’ chiaro che si tratta dello stesso assassino, no? – Sono certa che ora dovrei dire che si, ovviamente l’avevamo considerato, e che stiamo effettuando le dovute comparazioni tra i modus operandi, verificando la compatibilità di luoghi e tempi e quant’altro, ma quello che gli rispondo è: – Sinceramente, non so di che cosa stia parlando. Mi spieghi. –
Stasera dormirò. Stasera dormirò perché avrei un motivo per stare sveglia. Eppure, più che a tutte le informazioni che dovrei verificare, a tutti gli archivi polverosi che mi aspettano, penso a quanto invidio l’uomo di oggi. Lo invidio per quanto è vuoto, devastato e solo, lo invidio perché è stato il perdere quello che aveva che l’ha reso tale, lo invidio perché aveva qualcosa da perdere. Ma mentre penso questo, mi sento incredibilmente grande e forte, mi sento infinita ed invincibile, e rido. Di lui e di me.

Mi sveglio anche oggi. Vai a capire il perchè. Ho proprio voglia di un toast stamattina. L’inutile vortice dei pensieri mi trascina a calci verso il prossimo obiettivo. Una buona colazione è fondamentale. E’ risaputo.
Non la definirei una buona giornata. –Devo farlo.- Non penso che mi occuperò di lavoro. -Li ha uccisi.- Niente è più stancante della vita del venditore porta a porta. -Figlio di puttana.-
Toast al prosciutto e spremuta, cominciamo davvero bene. Il toast non è troppo secco, nè troppo bruciato, il prosciutto non è tagliato troppo spesso, le arance sono state spremute davanti ai miei occhi ed erano rosse e saporite. –La mia famiglia.- Era un bel po’ che non facevo una colazione così. Questa città mi piace… devo ammetterlo. -E lui è qui.-
La cameriera bionda si chiama Wendy. E’ giovane, vuole fare l’attrice. E’ lo stereotipo della donnetta di provincia, tutta sogni e lavoro duro, in cerca di quella occasione che non arriverà mai in una cittadina piccola come questa, infilata in un vestitino che lascia ben poco all’immaginazione, che cammina su gambe lunghe ed affusolate. Se volesse fare davvero l’attrice le consiglierei di usare meno quella bocca, almeno per parlare, e di scappare da questa piccola ed accogliente fogna che solo ad una persona senza più sogni come me può piacere. -Lo troverò.-
Il giornale di oggi non riporta niente di interessante. La solita escalation militare, i russi che non vogliono ammettere la nostra supremazia, la corsa al nucleare, il comunismo… sono tutte cose che non mi interessano. Il quadro generale  è troppo, troppo noioso per uno interessato al particolare come me. Non voglio cambiare il mondo, è una cosa da pazzi solo pensare di avere un tale potere sulle cose. Sono interessato solo al mio piccolo angolo. Dovrebbero esserlo tutti. –E’ lui che cerco-. Sono i fatti di questo piccolo buco di merda che mi interessano. –Li ho traditi.- E’ il nuovo serial killer che sto cercando.
Però che corpo quella Wendy, credo che comincerò a fare più spesso colazione. –
Devo pensare ad un piano.- E’ riuscita a mettermi di buon umore. –E’ tanto che lo seguo, ma ancora non so cosa fare per trovarlo.- Quasi quasi me ne vado a fare una passeggiata. –Cosa farò quando l’avrò preso?- Mi rimetterà al mondo, ne sono sicuro. –Uccidilo.- Ne sento davvero il bisogno. –Devo Ucciderlo.- Andare sempre in macchina non è salutare. –Uccidilo.- Lascerò qui la Buick. –Uccidilo.- Così avrò anche una scusa per tornare, se me ne servisse una.-Uccidilo.- Sono di buon umore, ma questo non cambia le cose.
Si, non è una buona giornata. Non ci sarà mai più una buona giornata.-
Ucciditi.-